L’eco degli spari a Palazzo Chigi e l’interesse pubblico di una non notizia

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Il diritto di cronaca, in qualsiasi Paese democratico, può andare ben al di là dei diritti personali di ciascuno. Ma esiste un limite – invalicabile – che i giornalisti italiani hanno deciso di darsi nel 1990. Si tratta della Carta di Treviso, firmata dall’Ordine con Telefono Azzurro, che tra le norme vincolanti indica: “Il bambino non va intervistato o impegnato in trasmissioni televisive e radiofoniche che possano lederne la dignità o turbare il suo equilibrio psico-fisico, né va coinvolto in forme di comunicazioni lesive dell’armonico sviluppo della sua personalità, e ciò a prescindere dall’eventuale consenso dei genitori”.

Non è necessario essere cultori della materia per comprendere che è avvenuto l’esatto contrario ieri, quando alcune troupe televisive si sono fiondate sul figlio 11enne di Luigi Preiti (l’uomo che ha sparato a due carabinieri davanti alla sede del Governo) per chiedergli come stesse e “cosa gli ha detto la testa” al padre. Alcuni canali nazionali hanno messo in onda il servizio. E subito è scoppiata la rabbia della Rete (condensata nell’hashtag #lasciateloinpace) e di una parte del mondo giornalistico. Tanto che il presidente nazionale dell’Ordine Enzo Iacopino ha invocato “fascicoli disciplinari a carico di quanti, a qualunque titolo, abbiano sollecitato, promosso, realizzato e trasmesso” l’intervista.

Poco importa che sia stata la madre a chiedere esplicitamente di riprendere il figlio. La Carta di Treviso, sul punto, è chiara (“ciò a prescindere dall’eventuale consenso dei genitori”). E non c’è alcuno spazio per le interpretazioni. Intendiamoci: la tutela della privacy dei minori ha portato anche a eccessi di burocrazia (i fotografi dei quotidiani ben sanno quanti problemi può provocare loro scattare delle foto a bimbi che giocano sulle altalene). Ma non è questo il caso. Né stavolta – va detto chiaramente – sussiste un minimo di pertinenza, cioè di interesse pubblico alla conoscenza dei fatti riferiti in relazione alla loro attualità ed utilità sociale.

E ancora: quale sarebbe l’interesse sociale delle immagini – trasmesse da diversi tg nazionali – in cui, pochi minuti dopo la sparatoria, si vede il carabiniere ferito a terra, privo di sensi e ferito inquadrato da tutte le angolazioni? La pertinenza è una delle precondizioni perché si possa dare una notizia, tanto più se si vuole andare oltre i diritti altrui. E l’interesse pubblico non va confuso con la morbosità della gente. Insomma: il tragico fatto di Roma è diventato un caso di scuola per chi si occupa di deontologia professionale. E speriamo che la categoria ne tragga qualche insegnamento.

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