Second Life, il villaggetto di internet e lo tsunami delle mode

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Ricordo un’epoca – non certo lontana – in cui quasi tutti avevano un account su MySpace e qualsiasi stupidata fatta da un’azienda su Second Life si trasformava in paginate di giornali. Poi MySpace è finito nell’archeologia del web e Second Life è diventata faccenda da mohicani. Ma tutti si sono velocemente lanciati sulle mode successive, a partire dai social network. Penso a Facebook e, più di recente per l’Italia, a Twitter. Ma anche a realtà decisamente più passeggere come Pinterest (quanti di voi lo usano ancora?) e Klout. Arrivando fino alle ultime tendenze. Quante volte, solo per fare un esempio, avete letto nelle ultime settimane la parola ebook nei siti d’informazione? Se cercate “instant ebook” Google vi restituisce giusto 71milioni di risultati.

La Rete, permettetemi la considerazione, funziona come un piccolo villaggio di 150 abitanti (non prendo a caso il numero di Dunbar come riferimento). Un bel giorno uno – quello più dritto – esce dal paesello e torna a casa raccontando ai vicini di aver comperato lo spremilimoni ad atomi (una di quelle cose che recensisce Matteo Bordone su Wired). Un mese dopo lo spremiagrumi ce l’hanno in cento. E tre mesi dopo, in alcuni casi, 99 non sanno più che farsene. Un sistema che può fare la fortuna degli esperti di viral marketing. Con la circostanza che le potenzialità del villaggio, su internet, sono di diversi miliardi di utenti.

Tutto bello. Bellissimo. O forse inquietante. Perché avere a che fare con masse tanto grandi e ciclotimiche non è certo rassicurante. E’ come avere di fronte un’onda di tre metri e trovarsi sotto i piedi una tavola da surf: nell’arco di pochi secondi o la si cavalca o ci si finisce sotto. Sempre che non sia uno tsunami.

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