A tutti quelli che pensano di fermare il mare della Rete col secchiello

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Io li chiamerei colpi di sole balneari. C’è gente – nella vita reale e ovviamente anche in Rete – convinta che per bloccare le onde del mare sia sufficiente collocare il proprio secchiello colorato nella direzione contraria al vento. Il tutto nel nome del principio che no, il mare lì proprio non ci deve stare.

Non me ne voglia Andrea Purgatori, ottimo giornalista in quota Huffington. Ma del suo ultimo post non condivido nulla. “Oggi entra in vigore il nuovo regolamento dell’Agcom contro la pirateria on line, e i ladri di contenuti verranno finalmente oscurati e puniti”, leggo nell’attacco del pezzo. E poi via di esempi su cose che è (o sarebbe) eticamente sbagliato fare.

“Sareste disposti ad acquistare un’automobile per poi lasciare le chiavi fuori dalla porta di casa perché chiunque possa farci un giro gratis?”, domanda ancora Purgatori ai lettori. Ma dimentica una piccola – grande – cosa. Cioè che se parliamo di beni culturali immateriali l’utilizzo collettivo non pregiudica l’uso personale dello stesso bene. Non esiste un’usura che incide sul valore finale. Semmai esiste una questione di giusta retribuzione dei diritti d’autore, che oggi non sono comunque distribuiti in maniera giusta. Ed esiste una questione – giusta, invece – di remunerazione delle attività intellettuali.

Già. Ma allora il problema diventa solo quello di come retribuire chi produce un film, una poesia o una canzone perché possa continuare a farlo. E la risposta – penso, temo – non può che passare innanzitutto nella pubblicità. Nell’epoca della riproducibilità tecnica, virtuale e virale non è possibile prevedere dove andrà a finire un contenuto immateriale. E qualsiasi sforzo per farlo rischia di risultare velleitario. Perché già oggi è comune (non solo tra i giovani) la percezione che i contenuti “virtuali” debbano essere – di diritto – gratuiti e liberamente fruibili da chiunque.

Dunque, ha senso di pensare di fermare il mare col secchiello? No, ovviamente. E secondo me non è nemmeno moralmente dovuto. Quella della cosiddetta pirateria informatica, infatti, non è una sciagura fatta di feroci sciacalli con la Jelly Roger issata al vento. Bensì una delle più importanti rivoluzioni culturali avvenute in epoca moderna, perché permette a chiunque di accedere a contenuti (film, musica, libri, notizie) che in epoche non troppo lontane erano prerogativa quasi esclusiva dei ceti più abbienti.

Stoppiamo tutto nel nome del concetto di proprietà? Giusto o sbagliato che sia non si può. E’ il web, bellezza.

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